Berlusconi, la Torre di Babele e il senso della vita

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 Ci si chiede perché molti si sentono toccati dalla dipartita di Berlusconi, anche coloro che non l’hanno amato e altresì coloro che con livore lo hanno contestato.

Al netto delle analisi politiche, questioni giudiziarie o affini, ciò che si riproduce ogni volta che in questa dimensione si manifesta un individuo di tal fatta, che sembra riportare in vita l’archetipo dell’Olimpo, ossia di esseri con sembianze e vizi umani, ma dotati di qualità divine, che paiono potere tutto, compreso quanto più l’umanità ha sempre anelato, ossia sconfiggere la morte.

Noi attraversi personaggi con un potere personale smisurato, come Silvio Berlusconi, iniziamo a vedere la possibilità di potere tutto, di poter diventare anche immortali.

Su di loro proiettiamo questo anelito.

Ma è proprio quando la morte li porta con sé che l’illusione cade.

Essa ci ricorda l’inesorabile caducità in cui siamo immersi.

È il mito della torre di Babele, che ci ricorda che l’umanità non appartiene a se stessa, ma è interdipendente a qualcosa di più grande.

Essa non può che sottomettersi al suo destino di nascita, sviluppo e morte.

Nemmeno colui che ha manifestato il divino in questa dimensione, ossia il Cristo, ha potuto sottrarsi al destino mortale.

E dunque quanta saggezza nell’ esortazione dello stesso Cristo a non angustiarsi per i beni di quaggiù, ma ad accumulare i tesori dello spirito della nostra essenza, che passa attraverso le forme che assume e le porte del tempo.

Quando muore un grande artista, un personaggio che ha condizionato l’umanità, un imprenditore potente, un politico, un artista di fama internazionale, una di quelle persone la cui vita racchiude il sogno di tutti, in quel frangente smettiamo di sognare con lei o con lui di aver sconfitto le regole di questo mondo, ci ricordiamo di doverne sottostare e se rivolgiamo la nostra attenzione ai tesori dell’anima, a ciò che i grandi maestri spirituali di tutti i tempi ci hanno insegnato allora possiamo sconfiggere le regole del vivere del morire all’interno dell’evoluzione interiore.

Il raggiungomento di obliettivi umani deve essere perseguito senza essere preso troppo sul serio.

La capacità di manifestare opulenza, che può essere ottenuta e goduta con gioia, non deve diventare una ragione di vita, un idolo.

La saggezza del primo comandamento “non avrai altro Dio all’infuori di me”, che potremmo interpretare fuor di metafora come prenditi cura dell’essenza, di quel qualcosa che sta al di sopra di tutte le cose dell’Anima del Mondo per dirla con Platone, o del Divino  per dirla con chi ha credenze religiose, viene incarnata da eventi come queste morti celebri, che ci ricordano che gli idoli terreni sono caduchi e le uniche verità eterne sono quelle dello spirito.

La pace e la realizzazione si raggiungono solo passando per infinite notti dell’anima come dice San Giovanni della  Croce, per arrivare alla totale realizzazione di sé nello spirito. 

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